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Alice in technoland

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A circa un anno dall'esplosione della pandemia da Covid-19, quello che ormai avverto come normale e ordinario è un costante senso di vuoto e di silenzio: mi sento un po' come Sandra Bullock in " Gravity ", ma senza tuta spaziale, senza sojuz...e, soprattutto, senza spazio.  Mi sveglio, mi lavo, faccio colazione, mi metto a lavorare al pc, pranzo, riposino, mi metto a lavorare al pc, ceno, mi metto a letto e via da capo, attimo dopo attimo, mossa dopo mossa, settimana dopo settimana, in un loop noioso e inevitabile che odora di girone infernale.  Eppure anche una routine così liquida è, in fondo, nient'altro che una gran fortuna visto che, ogni giorno, c'è chi non ce la fa, chi si lascia sopraffare, chi molla la presa, chi perde, chi ci abbondona e chi viene abbandonato.  In questa quotidianità popolata da numeri, statistiche, governi traballanti e regioni psichedeliche, l'unica costante è rappresentata dai social network: WhatsApp, Telegram, Instagram e Tw...

L'orizzonte degli eventi

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Non tutte le storie possono essere raccontate partendo dall’inizio, soprattutto quando i primi capitoli di questi racconti sono andati persi nelle infinite pieghe del tempo e di essi non sono rimasti che frammenti intrappolati nelle menti di vecchi aedi erranti. Sollen, dopo tanto tempo, era di nuovo felice e spensierato. Forse non era mai stato davvero sereno in vita sua, o se così era stato non ne aveva ormai memoria: un lavoro modesto, appena sufficiente per far sì che potesse vivere dignitosamente, senza troppi lussi ma senza significative rinunce; una famiglia amorevole e comprensiva che lo aveva fatto sentire parte di qualcosa di più grande; degli amici fraterni, costanti e rumorosi come le ticchettanti lancette di un orologio a pendolo. Non amava i rischi Sollen, e si teneva a debita distanza dalle sorprese. Viveva in una dimensione in cui ogni vettore emotivo correva verso la medesima direzione, attraversando una linea retta e corretta, priva di asperità, semplice, pa...

Ammortizzatori insociali

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Circa un anno fa mi trovavo a parlare di un vulcano sottomarino che albergava nel mio corpo e di una cittadella fortificata che svettava, fiera, sopra al mio capo. Dopo quel momento, su questo blog, il nulla, la morte di ogni subordinata, un silenzio degno del gelido habitat spaziale. Tacere, però, quando non si è davvero certi di quel che si prova o di quel si pensa, è sempre una saggia soluzione, e questo perché si rischia, altrimenti, di lasciarsi guidare da cattive consigliere quali l’ira, la sofferenza o, peggio ancora, la cum -passione. I più attenti avranno notato che, tra ottobre e giugno, ho avuto la fortuna e l’onore di collaborare con la redazione di "NEG Zone", un sito a tematica Lgbt+ che offre, ogni giorno, interessanti notizie e utili spunti di riflessione su vari argomenti, svolgendo un importante servizio, assieme, di informazione e di educazione per lettori di tutte le età, di tutti i generi e di tutti i colori. Di recente, a causa di un aument...

Vulcano

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I 365 giorni che precedono l’impressione, nero su bianco, di queste parole digitali, sono stati ricchi di emozioni e di sensazioni davvero complesse, nonché decisamente diverse, quasi opposte, tra loro. In principio fu la luce, la perfezione, l’assoluta certezza che la mia fede e la mia paziente e diligente passione fossero state finalmente, ma soprattutto definitivamente, ricompensate da uno stato di benessere imperituro ed eterno, creato da una miscela assieme,  biologica ed artificiale, tale per cui nessuno, nemmeno Dio, potesse convincermi che qualcos’altro avrebbe contato più del Vero Amore, non per me almeno. Ma come i protagonisti del “Paradiso perduto” di Milton, anche io sono stato cacciato da quell’Eden irrazionale e statisticamente improbabile; anche io sono stato costretto a vestirmi, a vergognarmi della mia nudità ed a far le valigie di tutta fretta perché nuovi inquilini, giovani e bellissimi, bussavano già alla porta, verde e rigogliosa, di quel locus amoen...

Come acqua

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Acqua: incanalata, raccolta, bevuta, che torna sempre al ciel da cui proviene, in un porto senza bracci, in un grembo senza pareti. La mia vita, così, prende a sublimare in un universo immenso e muto, in una galassia luminosa , in uno spazio che germoglia, disperdendosi e frantumandosi, riaggregandosi e plasmandosi in forme sempre nuove, prese in prestito da un elenco senza fogli e senza gambe. Siamo inafferrabili, siamo eterni, siamo e saremo, solo e sempre, acqua.

Il prisma di cristallo

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Per molti, l’amore, è un segmento individuato sulla retta r che si muove, incessantemente e vicendevolmente, dal punto A al punto B: un po’ come il vagone di una metropolitana, costretto a muoversi lungo una strada ferrata per tutta la sua vita o, perlomeno, per buona parte di essa, fermandosi solo per far salire e scendere persone dalle facce anonime, che lo concepiscono solo ed esclusivamente per quello che è: un mezzo, uno strumento, per raggiungere di nuovo una superficie fatta di aria, di mare, di calore e di sabbia. Per me, l’amore, invece, è un prisma di cristallo che non brilla e non emette colori fin tanto che la luce, silenziosamente, non lo colpisce, trasformandolo in quel caleidoscopio naturale la cui funzione è quella di scindere la luce bianca nei sette colori fondamentali che compongono l’arcobaleno. Quei raggi, perfettamente dritti ma, ahimè, inafferrabili da ben quattro sensi su cinque, sussurrano storie piene di gioia, di compassione, di devozione, di entusiasm...

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Raggiungere il centro, sfiorare l’origine ignorando il contesto, desolato e muto, in cui ogni tassello precipita nell’imperfetto, in cui ogni errore permette agli occhi di godere, al cielo di brillare, al sublime di esistere. A quel punto ignorato, nessuno una lacrima pone, nessuno sorride, nessuno regala campanule o rose. Occhi tesi, corse sfrenate, disattese speranze per ritagli solinghi come strade ferrate: forti ma arrese.